di Augusto Lunghi
Una tradizione da non dimenticare. Tra i tratti caratteristici che da sempre hanno contraddistinto la parrocchia di Costano, c’è senz’altro quello di avere sempre rispettato in maniera forte la tradizione popolare delle ricorrenze religiose. La loro particolarità era rappresentata dalla partecipazione della gente ai preparativi, che talvolta impegnavano così tanto i costanesi da trasformare il volto del paese, come per esempio avveniva in occasione del Corpus Domini quando le vie venivano addobbate con festoni di bossolo, infiorate ed altarini pronti ad accogliere il passaggio della processione.

Durante tutto l’anno era un continuo susseguirsi di appuntamenti tra i quali i costanesi hanno sempre preparato con particolare devozione quello del 3 maggio, giorno di Santa Croce. Si tratta senz’altro della solennità più sentita, quella che veniva attesa per un anno intero e per la quale, i preparativi prima e i festeggiamenti poi avvenivano in grande stile.

Santa Croce significa innanzi tutto devozione al famoso Crocefisso, un affresco della fine del ‘400 attribuito alla scuola del pittore Niccolo di Liberatore detto l’Alunno, custodito nell’omonima cappella all’interno del castello.

A differenza di oggi, un tempo l’immagine non era in vista perché coperta da una tela che veniva raccolta su un lato e lo “scopriva” solo su richiesta, in occasione purtroppo particolari quali potevano essere casi di gravi malattie che avevano colpito un familiare.

In quelle circostanze, il parroco aiutandosi con una canna era solito passare sopra il dipinto un fazzoletto che poi avrebbe consegnato alla famiglia interessata in maniera assolutamente riservata. L’accesso rimaneva visibile alla visita dei fedeli anche in occasione del “triduo” che precedevano il 3 maggio giorno della festa.

Un tempo le pareti della chiesina erano ricoperte da tantissimi “ex voto” portati di volta in volta in dono dai costanesi, sia nel caso di una grazia ricevuta, piuttosto che per la sopraggiunta necessità di affidare una persona cara che si trovasse in un momento di particolare difficoltà.

Tra quelli rimasti più indelebili nella mente di tutti i paesani ci furono le foto che le mamme accorrevano ad appendere quando i figli tornavano indenni dalla guerra. Purtroppo tra questi figli ce ne furono alcuni che il paese non rivide mai, per questo mi piace ricordarli così come già prima di me ha avuto modo di scrivere Antonio Mencarelli, nel suo splendido libro dedicato alla “Storia della Parrocchia di Costano”. Si chiamavano: Olimpio Falaschi, Duilio Lunghi, Guerriero Meschini, Enzo Cecchini, Dante Raspa, Alfredo Ceccucci, Alberto Polinori.

Preghiere particolari venivano rivolte al Crocefisso affinchè proteggesse i campi con i relativi raccolti e per questo motivo il 28 aprile giorno di San Pietro Martire venivano benedetti dei ramoscelli di olivo, utilizzati pochi giorni dopo il 3 maggio per formare insieme a delle canne di bambù tipiche croci che venivano piantate a protezione dagli agenti atmosferici delle campagne circostanti e del paese, oltre che come buon auspicio per la mietitura che sarebbe avvenuta, naturalmente a mano, in giugno.

Se la mattina del 3 maggio era dedicata con le messe e la processione all’aspetto religioso della giornata, il pranzo rappresentava in molte famiglie l’occasione per un momento di convivialità da passare insieme a tutti coloro, figli, figlie e parenti stretti che la vita aveva portato ad allontanarsi da casa.

A questa tradizione i nostri anziani tenevano in maniera speciale e anche in questo caso ritengo non sbagliassero, perché proprio in quei momenti ci trasmettevano uno dei loro valori di riferimento più forti: la famiglia. Immancabile alla fine del pranzo entrava in scena il “torcolo” preferibilmente accompagnato da un bel goccetto di “vermute”.

II pomeriggio nella piazza del paese l’attenzione era tutta dedicata ai giochi “il tiro della fune” – “la corsa col sacco” – “il tiro alla brocca” – “l’albero della cuccagna”, per poi assistere al concerto della banda musicale che per l’occasione si presentava in pompa magna.

Al sopraggiungere della sera infine, quando la festa andava via via spegnendosi restava ad illuminare la piazza la luce che fuoriusciva dall’interno della chiesina del Crocefisso quasi a voler aiutare le persone, parecchie anche di fuori paese, in coda ad aspettare il proprio turno per recitare l’ultima preghiera.

Spesso anche io mi sono ritrovato in mezzo a quelle persone attratto dalla forza che sprigiona questo nostro magnifico tesoro quando gli arrivi vicino.

Un’emozione che ciascun costanese custodisce gelosamente nel proprio cuore e che per quanto mi riguarda ha contribuito ad accrescere in me la vicinanza a mio suocero Guglielmo Meschini, uno di quelli che alla festa di Santa Croce teneva in maniera assolutamente speciale, al pari di tante altre persone che purtroppo non ci sono più e delle quali ricordo la luce degli occhi che li caratterizzava quando parlavano entusiasti di quella che per loro era la festa più bella di tutte.