san francescuccioA Costano, verso la metà del III secolo venne martirizzato e sepolto S. Rufino. Un’antica pergamena della cattedrale di Assisi, risalente al 1038, nell’indicare il luogo ove si svolse un atto pubblico, specifica che esso si tenne nel contado di Assisi, in un posto detto Costano, ed esattamente “dove prende nome da S. Rufino” (infra comitatum Asisinatum in locus qui dicitur Costanum ubi dicitur a Sanctum Rufmum).

L’importanza di questa antica carta è innegabile: essa viene a confermare un’antichissima tradizione che indicava Costano come teatro del martirio del primo vescovo di Assisi, e del ritrovamento del suo corpo. Come è noto, al tempo delle persecuzioni contro i primi cristiani in Umbria, Rufino, giunto qui di lontano, aveva preso a diffondere nel territorio di Assisi la nuova religione ed era divenuto primo vescovo della città.

Ma in Assisi risiedeva un importante magistrato romano, il corredar Tuscae et Umbriae, che esercitava per conto dell’imperatore il controllo di una vasta regione. Costui, sebbene Rufino agisse segretamente, lo fece chiamare sottoponendolo ad incessanti interrogatori, senza ottenere risposta alcuna. Né miglior risultato diedero i vari tormenti che il santo dovette subire, perché si piegasse al volere degli inquirenti. Fu allora deciso di eliminarlo: sarebbe stato annegato in acque profonde, in un luogo lontano affinchè i cristiani non lo ritrovassero. E così avvenne.

I soldati romani lo condussero dove il fiume bagnava il praedium costanum e, dopo avergli legata una pietra al collo, lo precipitarono nel gorgo che si apriva sotto la “costa”, cioè ai piedi della scarpata fluviale dove poi sarebbe sorto il paese. Ma, ad onta delle precauzioni, il fatto non passa sotto silenzio. Qualcuno ha visto il mesto corteo sfilare lungo il sentiero che, da allora in poi, si chiamerà “passo di S. Rufìno”, e la notizia del martirio si diffonde in un baleno. Trascorrono alcuni giorni nel silenzio e nella mestizia, poi sopraggiunge il fatto nuovo: sulla superficie del fiume emerge il corpo.

Qualcuno se ne accorge e ravvisa in esso le sembianze del martire. Accorrono i cristiani della zona e traggono a riva le sacre spoglie. Bisogna però agire segretamente perché i persecutori vigilano. Allora, occultamente, si effettua una sepoltura provvisoria ed inizia così, in segreto, il primitivo culto di S. Rufino, che sarà il motivo principale perché gli insediamenti sparsi della zona si coagulassero in quel punto della costa fluviale, dando origine ad un vicinato che, dal nome del podere rivierasco in cui si trovava, avrebbe preso il nome di Costano.

Intorno all’anno 850 i fedeli del Santo sì rendono conto che le sacre spoglie non sono più sicure nel sacello di Costano: è indispensabile trasferirle in città, entro le mura, dove troveranno maggiore protezione, le spoglie del Santo prendono così la via di Assisi. La pietra, invece, che era servita per il martirio, sarebbe stata recuperata e successivamente utilizzata (così afferma una vecchia tradizione) come mensa d’altare nella chiesa del Crocifisso, posta all’ingresso del castello, dove tutt’ora si conserva.

Costano perde così, dopo parecchi secoli, la venerata reliquia del Santo Martire Rufino che aveva dato, per tanto tempo, una identità al suo territorio, divenendone quasi il simbolo e fornendo occasione e motivo all’agglomerarsi delle poche capanne che, traendo il nome dalla scarpata fluviale, avrebbero costituito poi, in seguito alle costruzioni medioevali, il futuro castello.

Chi conosce anche sommariamente Costano, sa che il centro storico è costituito dal Vecchio Castello anche se l’originario nucleo non era fortificato. Solamente in un atto notarile risalente al 1403 si parla per la prima volta di Costano come di un fortilizio.

Il Fortilizio degli inizi del 1300 si trasformò ben presto in Castello con mura di cinta e torri di notevole bellezza, come si può ancora vedere attraverso i dipinti che ornano la chiesa parrocchiale del paese. Il bisogno di difendere la propria gente ed i propi raccolti (ricordiamo che Costano si trova al confine tra i territori di Perugia ed Assisi), durò fino al XVI secolo, fino a quando cioè la pax pontificia sedò gli animi delle antiche città rivali, restituendo anche pace e sicurezza alle campagne umbre.

Così il castello iniziò un lento, ma costante processo involutivo perdendo la sua fisionomia militare. Costano continuava intanto ad arricchirsi di case e di chiese, addirittura nel 1500 se ne contavano otto: S. Maria di Costano, S. Lorenzo, S. Donato, S. Simeone, S. Pietro, S. Giovanni, S. Francescuccio e S. Giovanni di Schiorgio.

Una curiosità: nei documenti de 1400 e del 1500 si parla spesso di Costano Superiore e di Costano Inferiore. Un’indicazione giunta sino ai nostri giorni, in forma amichevole, polemica con l’appellativo di “quelli della bassa e quelli dell’alta”.

Dopo alterne vicende, talvolta anche macchiate di sangue e da numerose violenze, passato sotto il dominio di varie potenze e di grandi signori, il paese di Costano, dopo essere stato governato dal Comune di Assisi, nell’anno 1817, per l’intervento dello Stato Pontificio, nel momento in cui venne restituita a Bastia Umbra l’autonomia comunale, venne l’ingiunzione che Costano e le terre ad esso sottomesse dovesse passare sotto Bastia Umbra.

E fu nei decenni a cavallo fra il 1800 ed il 1900, che il paese conobbe una notevole espansione al di fuori della cerchia delle mura dell’antico Castello, prese la sua attuale struttura e caratterizzazione con la piazza centrale, quasi stretta fra la chiesa parrocchiale ed il Santuario.

Il dopoguerra
L’esplosione della “grande guerra” prima e della seconda guerra mondiale poi, non cambiò attitudini e stili di vita della popolazione costanese; naturalmente la collettività tutta pagò il proprio contributo alla guerra con il sacrificio di uomini caduti al fronte.

Dopo l’ultima guerra, anche Costano, in un clima di distensione e di pace ha iniziato, pur se timidamente, la sua ascesa economica. Negli anni ’50 crebbe l’impegno nel lavoro dei campi con i nuovi mezzi tecnici che agevolarono considerevolmente il lavoro. Fu in quel periodo che si moltiplicarono gli allevamenti di bestiame, particolarmente di suini e la loro singolare lavorazione divenne famosa in tutto il comprensorio, con la preparazione delle squisitissime porchette. Gli anni ’50 furono davvero l’inizio di un nuovo e caldo fermento che scosse il tessuto di vita paesana ad ogni livello.

Crebbero i fabbri ed i falegnami che con il loro lavoro, talvolta anche di notevole pregio artistico, crearono una forte attenzione da parte dei paesi vicini nei confronti del paese tutto. Fabbricatori di carri (facocchi) e costruttori di botti, realizzavano veri capolavori d’arte, a livello artigianale, disseminati in tutta la zona.

Negli anni ’50 s’intensificò molto la lavorazione del vinco con il confezionamento di cesti e di oggetti vari di notevole bellezza. Altro impegno fu quello dell’allevamento del baco da seta, mentre numerosi corrieri che si recavano quotidianamente a Roma per vendere derrate fresche, come uova, galline, conigli. Furono chiamati con un pizzico di ironia «i pollaioli».

Un forte incremento ebbe l’allevamento del bestiame, particolarmente dei suini e qua e là sono sorte piccole aziende che assorbono un notevole numero di operai. Due ampi villaggi, ricchi di verde, sono sorti recentemente all’ingresso del vecchio paese: il Villaggio Brodolini e quello più recente di S. Antonio.

A pochi metri dal monumento ai caduti è fiorito il complesso sportivo parrocchiale attorno alla casa di S. Maria Gloriosa in Valleverde, ove sono stati recuperati gli edifici e gli spazi esistenti per una comunità di suore francescane con relativo Oratorio Parrocchiale giovanile e luoghi di accoglienza, assieme alla casa parrocchiale dei santi Francesco e Chiara aperta a tutti i giovani, desiderosi di fare una esperienza spirituale nei pressi di Assisi.