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Costano è noto un po' ovunque, da tempo immemorabile, per le sue squisitissime
porchette, considerate in assoluto le migliori di tutta la regione ed
apprezzatissime un po' dappertutto, tanto che ancora oggi dire porchetta
è dire Costano e viceversa.
La lavorazione dei suini cotti in porchetta si può far risalire a Costano
nel tardo Medioevo. Nella pianura circostante fioriva una suinicoltura
di prim’ordine, tenuta in vita dagli immensi querceti che si estendevano
a perdita d’occhio e davano ghiande in abbondanza per l’allevamento e
l’ingrasso dei maiali. La domanda di porchetta proveniva principalmente
dai frati del Sacro Convento di Assisi e dai canonici della Cattedrale
di S. Rufino.
Lo attestano le ordinazioni e i pagamenti per i pasti, trascritti
dall’economo nei registri di contabilità delle entrate ed uscite. La porchetta
fu una pietanza ricorrente nella mensa dei religiosi, in particolare quella
portata dai lavoratori dei poderi di Costano fra cui è citato un certo
Giomo de Lilloccio (1564). Sorto probabilmente dall’esperienza dei beccai
(macellai), presenti a Costano in buon numero, il mestiere di porchettaio
dovette affiancare in seguito quello di piccolo commercio, che iniziò
a partire dal 1700.
Ce ne danno notizia i censimenti dell’amministrazione
pontificia e quello effettuato nel 1860 dal nuovo Regno d’Italia. Da questo
periodo in poi la fonte più importante è costituita dai registri degli
utenti pesi e misure del Comune di Bastia Umbra che forniscono le statistiche
sui porchettai di Costano.
Di essi si può conoscere il nome e cognome, la località, la data di nascita
e la paternità. E si apprende anche che non solo erano tanti (nel 1860
se ne elencano 13 poi saliti a 23 nel 1890 e così fino al 1930), ma i
registri annotano che erano tutti residenti a Costano e appartenevano
solamente ad alcuni ceppi familiari (Gregori, Zoppi, Frondini, Giuliani,
Mencarelli, Caccinelli, Polinori) e si tramandavano il mestiere di padre
in figlio. Fiorì così una vera e propria industria della porchetta e nel
1910 una relazione del Sindaco di Bastia Umbra informa che erano oltre
600 i suini macellati annualmente, tanto da rendersi necessaria l’edificazione
di un mattatoio, realizzato nel 1924, (ancora oggi anche se in degrado
si può vedere lo stabile nel paese) che insieme alla costruzione di altri
forni per la cottura permise un incremento della produzione di porchette.
La porchetta di Costano ha sempre goduto di una fama indiscussa per l’accurata
preparazione, l’ottimo condimento e la perfetta cottura, che davano all’arrosto
un sapore ed una fragranza unici. La figura del porchettaio, col suo banco
di vendita, la bilancia ad asta, l’abbigliamento, il profumo del suo arrosto
farcito con saporosissime frattaglie, divenne caratteristica nei mercati
e nelle feste paesane di tutta l’Umbria.
In paese si continuano a cuocere le porchette nel forno a legna secondo il vecchio sistema tradizionale. Esso è diventato ormai come un rito settimanale. Si continua a scaldare il forno a legna all'antica maniera. A sera, molto spesso, un piacevolissimo profumo invade tutto il paese e il venerdì mattina, continua a snodarsi una strana processione sulla piazza del paese verso il macello centrale, ove la gente, con un antico rito, si reca con un tegamino, a prendere il sangue del porco, il migliaccio, per gustare nelle proprie case questa ormai rara specialità. I porchettai del paese, rimasti anch'essi assai pochi, vendono questo squisito prodotto ogni giorno a Perugia, a Bastia Umbra ed altre città e paesi.
Alcuni anni fa, l’allora Parroco del Paese Frate Gualtiero Bellucci, sfogliando tra antiche carte polverose della casa parrocchiale di Costano, scoprì una strana notizia. Qualcuno si chiedeva chi fosse stato l'inventore della squisita porchetta, cito lo scritto: « La tradizione della famosa porchetta di Costano prende grande importanza dal fatto che il primo porco arrosto in porchetta, fu cucinato a Costano da S. Francesco e da Frate Leone e distribuito poi a tutti i frati » (da un manoscritto inedito).
Certamente chi legge sorriderà, tuttavia c'è un episodio nei Fioretti di S. Francesco in cui si parla ampiamente di un porco, al quale Frate Ginepro, uno dei primi seguaci di S. Francesco, tagliò una zampa per far contento un frate malato che, alla Porziuncola aveva espresso il desiderio di gustarla. Il contadino, cui il porco apparteneva andò su tutte le furie, ma poi commosso davanti alla proverbiale ingenuità di Frate Ginepro aveva regalato l'intero porco ai frati perché lo mangiassero in santa pace. Il porco venne cucinato, ma in porchetta? Certamente i frati lo mangiarono con grande letizia, non capitava tutti i giorni una pietanza così gustosa nell'austera vita quotidiana della Porziuncola.
Sarà
per il conturbante colore della pelle, il languido offrirsi agli sguardi,
un profumo micidiale ma quando la incontri non puoi evitarla, la porchetta
ti ha già rapito.
Si affaccia dalla finestra di certi furgoni, nelle feste di paese o ai margini delle strade. E' l'ospite indispensabile per rianimare quei desolanti "rinfreschini" messi su dal pensionato di turno. Ma da un pò di tempo a questa parte la si incontra facilmente anche in raffinati rinfreschi, banchetti nuziali o merende in certi giardini e parchi che circondano residenze anche prestigiose. E troneggia nei negozi storici circondata da un'aura di rispetto e ammirazione.
Sì, la porchetta non è un alimento, per i costanesi è da sempre un rito
che si rinnova e rimanda ad una precisa fenomenologia del desiderio. Dapprima
la contemplazione, quasi un rapimento estatico, cui segue l'esame analitico
della rosolatura, la consistenza del grasso e il punto del taglio. Due
parole con il venditore e lo sguardo fisso sui movimenti del coltello,
costituiscono l'ultimo atto. La trasgressione è più forte in presenza
di tassi non raccomandabili di colesterolo e trigliceridi. Poi sarà l'irresistibile
rosetta, con o senza interiora, o una serie di fette avvolte nella ruvida
carta da macellaio; la classica "scartocciata".
Si fa presto a dire porchetta; quella che intendono i costanesi è di un quintale e passa, con la cotenna croccante. Niente a che vedere, quindi, con i vari maialini arrostiti che ne usurpano il nome.
I gusti oggi sono un po' cambiati. Adesso si preferisce più delicata, meno ricca di interiora e pepe; ma il segreto è tutto nel condimento e nella cottura. Il canto che si leva da quella pelle rosolata, croccante, battuta ritmicamente con la lama del coltello ci ipnotizza. E’ la porchetta che viene cotta a Costano un luogo di culto.
La preparazione della porchetta
La produzione della porchetta è un'arte affascinante della storia antica, le cui tecniche di preparazione sono addirittura menzionate in alcuni scritti di letterati ed artisti del 400 a.c.
Tra i principali estimatori del succulento piatto, figura anche l'imperatore romano Nerone, che, famoso per il palato raffinato, amava imbandire i suoi sontuosi banchetti con la carne di maiale, preparata in porchetta.
La tradizione della porchetta, tipica dell'Italia centrale, ha trovato grande successo e seguito in Umbria, dove, tra le zone maggiormente impegnate nella produzione, spicca sicuramente quella di Costano. Questa pietanza, altamente gradevole e raffinata, presenta una preparazione alquanto laboriosa e delicata, che consta di numerose fasi.
La porchetta è fatta da un maiale del peso di circa 120 kg che viene cotto intero. Il maiale aperto e disossato viene insaporito con sale pepe e aromi vari in cui predomina l'aglio ed il finocchio selvatico, viene inoltre farcito con le interiora, fegato, polmone, budella scottate e tagliate a piccoli pezzi, tutto l'insieme riacquista le sembianze di un maialetto quando la carcassa con il suo ripieno vene ricucita legata con spago ed impalata con un palo di legno che fuoriesce dalla bocca e dall'ano per appoggiare su due supporti che gli consentiranno di stare sollevato dal fondo della leccarda che raccoglierà i liquidi che durate la cottura saranno rilasciati.
La cottura a circa 210°C potrà durare anche 6 o 8 ore e ad intervalli di circa un'ora il macellaio tirerà fuori dal forno la porchetta per irrorarla con il liquido formatosi nella leccarda, questo contribuirà a rendere croccante la crosta (cotenna) ed a impedire che la carne secchi troppo.
Via via assumerà un colore che solo a vederlo si sente la cotenna scricchiolare sotto i denti. Capirete ora il profumo che si libera nell'aria quando il forno viene aperto. A cottura ultimata, prima di poterla tagliare deve raffreddare e per questo si deve aspettare qualche ora data la consistenza della massa. Il momento migliore per gustarla è quando è ancora tiepida ed il grasso, non ancora solidificato completamente è trasparente. Con pane ancora caldo, alcune fette di porchetta tagliate nella pancetta, dove il rapporto grasso magro è al 50%, qualche crosticina croccante, qualche pezzetto di fegato e budella, quattro amici a mezzogiorno, con un bel fiasco di vino rosso di quello buono, possono mangiare da veri signori.
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